Erbe spontanee delle Marche in primavera: piccola guida ai sapori che crescono ai bordi del sentiero

Erbe spontanee delle Marche in primavera: piccola guida ai sapori che crescono ai bordi del sentiero

La primavera, nelle Marche, non arriva con un colpo di scena. Si insinua. Prima si riconosce dalla luce, che cambia inclinazione e diventa più sottile. Poi dal verde che riempie i fossi, costeggia i sentieri, sale sui muretti a secco. E in mezzo a quel verde, se rallenti il passo, cominciano a comparire dei nomi. Tarassaco. Ortica. Borragine. Violetta. Stridolo.

Sono erbe che le nostre nonne sapevano nominare a memoria, perché finivano in un piatto, in una tisana, in una pomata fatta in casa. Sono lo stesso identico sapere che oggi torniamo a cercare nei libri, nei corsi, nei mercatini di paese. Le Marche, fortunatamente, sono ancora una regione in cui quel sapere si è nascosto solo un poco. Basta sapere dove guardare, e con chi camminare.

In questo articolo abbiamo deciso di abbassare lo sguardo. Camminare con voi per qualche minuto fra le erbe spontanee marchigiane, raccontare cosa cresce sulle pendici dei Sibillini e nei prati dell’Appennino, e poi consegnarvi due libri del catalogo Giaconi che parlano lo stesso linguaggio: quello di chi ha ancora il tempo per chinarsi a riconoscere una pianta.

Maggio è il mese in cui i Sibillini si coprono di verde

Maggio, qui, è generoso. È il mese in cui le primule che hanno colorato i pendii di Acquasanta cominciano a ritirarsi, e al loro posto si fanno avanti la melissa e la violetta: quei piccoli fiori viola che, in alcuni borghi dei Sibillini, finiscono ancora oggi nelle insalate. È il mese in cui il tarassaco, quello che da bambini chiamavamo “soffione”, diventa una rosetta giovane di foglie da saltare in padella con olio e aglio. È il mese in cui l’ortica, prima di pungerti, ti regala le punte più tenere dell’anno.

A Montemonaco, nei prati intorno al borgo, compaiono il sonchus (la “cicerbita” che molti chiamano cicoria perché ne ricorda il gusto), il centocchio stellaria con i suoi piccoli fiori bianchi, la silene vulgaris (meglio nota come stridolo o strigoli) che a Pasqua entra nelle frittate e nei tortelli. Più in basso, a Castignano, fra le mura medievali, si raccolgono cicoria selvatica, borragine e senape selvatica: la trinità della cucina povera marchigiana, quella che dalla fame ha fatto piatto, e dal piatto ha fatto tradizione.

Riconoscere prima di raccogliere: una sapienza che chiede tempo

Riconoscere un’erba spontanea non è difficile, ma richiede pazienza. Bisogna imparare a distinguere il bordo di una foglia, il colore di un fiore, l’odore di uno stelo strofinato fra le dita. È un sapere che, in molti borghi dell’Appennino marchigiano, viene ancora trasmesso a voce.

Ma se nessuno te l’ha insegnato allora un buon libro è la cosa più simile a un maestro che puoi portare a casa. Per questo, in occasione di questa primavera, abbiamo voluto consigliare due titoli del catalogo Giaconi che parlano di erbe in modo radicalmente diverso, e proprio per questo si completano alla perfezione. Il primo è un libro che cammina, il secondo è un libro che legge.


Percorsi delle erbe. Le erbe della Sibilla: un libro che cammina

Percorsi delle erbe nasce dal progetto “Le erbe della Sibilla”, che ha scelto di raccontare il territorio dei Sibillini partendo dalle piante spontanee. Il libro si articola in quattro tappe (Acquasanta Terme e Roccafluvione, Amandola, Montemonaco, Castignano) e per ogni borgo individua tre o quattro erbe da cercare, con le loro caratteristiche, le ricette in cui si possono utilizzare e una riflessione che accompagna il cammino.

Ad Acquasanta si parla di primula, melissa e violetta. C’è perfino la ricetta di un’insalata di violetta, perché nei Sibillini i fiori si mangiano. Ad Amandola si raccolgono tarassaco, piantaggine e ortica, e si racconta il legame fra il cammino e la natura. Nell'itinerario di Montemonaco si trovano sonchus, centocchio stellaria e silene vulgaris. A Castignano, infine, si scoprono cicoria selvatica, borragine e senape selvatica.

Più che un manuale, è un invito a camminare lentamente, a fermarsi, a riconoscere. È il libro perfetto da infilare nello zaino il sabato mattina, prima di una passeggiata sui Sibillini, e da rileggere a casa la sera mentre si pulisce ciò che si è raccolto.

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Selvario. 42 erbe in cerca d’autore: un libro che legge

Selvario, di Gabriele Eusebi, è un’idea brillante prima ancora che un libro. L’autore prende quarantadue erbe (dall’acacia al tiglio, passando per achillea, papavero, salvia, sambuco, ortica, finocchio selvatico, maggiorana) e le abbina a quarantadue scrittori. La logica è sensoriale: il sapore di una pianta, la sua nota dominante, il suo carattere, vengono accostati a uno stile letterario, a una voce, a un tema ricorrente.

Così l’achillea può chiamare in causa un autore dalla scrittura asciutta e curativa; la borragine, una prosa più morbida e familiare. È un gioco serissimo, che restituisce dignità letteraria a un mondo, quello delle erbe spontanee, che troppe volte abbiamo confinato fra i “manuali per appassionati”. E nella seconda parte del libro, dopo aver letto, si torna alle mani: ricette per portare ognuna di quelle piante in cucina.

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Come iniziare il tuo erbario marchigiano (in pratica)

Se queste pagine ti hanno fatto venire voglia di provare, ecco cinque consigli concreti per partire bene:

  • Cammina presto la mattina, quando le erbe sono ancora tese di rugiada e i fiori sono aperti: è il momento in cui i profumi si distinguono meglio.
  • Raccogli solo ciò che riconosci con sicurezza. Il margine di errore in botanica si paga in cucina, e qualche pianta innocua ha sosia tossici.
  • Lascia sempre più di quanto prendi. Una pianta su tre, mai i fiori isolati, mai le rosette troppo giovani: l’erbario è un patto con il prato, non un saccheggio.
  • Evita i bordi delle strade trafficate e le aree agricole trattate. Le Marche interne, fortunatamente, offrono ancora moltissimi sentieri puliti: i Sibillini, l’Ascolano, il Maceratese rurale.
  • Tieni un quaderno. Annota dove hai trovato cosa, in che data, in che condizioni. È così che, anno dopo anno, nasce un erbario tuo e una memoria di territorio.

Da dove partire? Dal libro che senti più tuo

Le strade sono due, e nessuna è sbagliata. Se vuoi camminare nei borghi dei Sibillini con un compagno preciso, che ti dica cosa cercare e dove, scegli Percorsi delle erbe. Se invece ti incuriosisce l’idea di leggere le erbe come si legge un autore allora il libro tuo è Selvario di Gabriele Eusebi.

E se non riesci a decidere, c’è una buona notizia: si leggono benissimo insieme.

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Una primavera da camminare lentamente

Le erbe spontanee sono uno dei modi più antichi e più semplici che abbiamo per ricordarci che il territorio in cui viviamo non è uno sfondo. Cresce, cambia, ci nutre, letteralmente, se sappiamo riconoscerlo.

La prossima volta che vai a camminare in collina, lascia il telefono in macchina e portati uno di questi due libri. Cammina piano. Abbassa lo sguardo. Vedrai che le Marche sono ancora più verdi di come te le ricordavi.

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