Immagine di stampi per tatuaggi lauretani

Il tatuaggio lauretano: quando la fede s’imprimeva sulla pelle

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Piazza della Madonna, Loreto, primi del Novecento. Un pellegrino, con i piedi ancora doloranti dal cammino attraverso l'Appennino, si siede su una panca di legno. Leonardo Conditi, l'ultimo dei marcatori di Loreto , intinge una lesina nell'inchiostro fatto di nerofumo. Appoggia sulla pelle del braccio del pellegrino una tavoletta di bosso incisa, poi comincia a piccare: un punto dopo l'altro, fino a far emergere l'immagine della Madonna Lauretana. Quel segno indelebile non è solo un ricordo del viaggio. È identità, fede.

Oggi, a Loreto, quella tradizione considerata per decenni superata sta vivendo una rinascita inaspettata. E il prossimo 22 marzo, proprio qui nelle Marche, a Recanati, avremo l'occasione di scoprire questa storia affascinante attraverso le voci di chi la custodisce e la tramanda .


Una tradizione nata tra fede e necessità


La storia del tatuaggio lauretano affonda le radici in un'epoca in cui Loreto era uno dei centri di pellegrinaggio più importanti della cristianità. Fin dal Cinquecento, migliaia di pellegrini si mettevano in cammino verso la Santa Casa , quella dimora che la tradizione vuole trasportata in volo dagli angeli sulle colline marchigiane nel 1294.

Il viaggio era lungo, faticoso, spesso pericoloso. Chi partiva da Roma, dall'Abruzzo o dalla Ciociaria attraversava l'Appennino a piedi, dormendo nei loggiati predisposti lungo il percorso. E quando finalmente arrivavano, dopo giorni o settimane di cammino, questi pellegrini volevano portare con sé qualcosa di più di una semplice medaglietta: volevano un segno che nessuno potesse togliergli, un marchio d'identità cristiana che parlasse al mondo della loro devozione. 

Così, a partire dal XVIII secolo, nacque la pratica del tatuaggio sacro . Le famiglie dei marcatori (figure quasi leggendarie, a metà tra artigiani e custodi di un rito) iniziarono a marcare i pellegrini con simboli religiosi incisi su tavolette di legno di bosso: la Madonna Lauretana con il Bambino, il Cuore dei Sette Dolori, San Francesco, il Crocifisso, l'Immacolata Concezione.

Il gesto del marcatore: tecnica e rituale


La tecnica era semplice, quasi primitiva, ma richiedeva mano ferma e pazienza. Il marcatore preparava l'inchiostro bruciando stoppa o legno fino a ottenere nerofumo . Cospargeva l'inchiostro sulla tavoletta di bosso e la premeva sulla pelle del pellegrino (sul braccio, sulla spalla, sulla schiena, o per le donne anche sul seno) lasciando l'impronta del disegno.

Poi veniva il momento più delicato: con una lesina imbevuta di inchiostro, il marcatore piccava la pelle punto per punto, seguendo i contorni dell'immagine . Il sangue affiorava, veniva tamponato con uno strofinaccio bagnato nella saliva dello stesso tatuatore (in un'epoca in cui l'igiene aveva criteri ben diversi da quelli odierni). Infine, il tatuaggio veniva coperto con carta oleata e legato con dello spago. "Aspetta quindici giorni prima di togliere il bendaggio", raccomandava Leonardo Conditi ai suoi clienti. Solo allora il pellegrino avrebbe potuto ammirare i tratti del suo segno sacro.

Quella che oggi chiamiamo hand poke (la tecnica manuale punto per punto, senza macchinetta elettrica) era l'unico modo di tatuare fino all'invenzione dei dispositivi moderni. Un gesto lento, ritmico, quasi meditativo, che creava un legame diretto tra marcatore e pellegrino .

Il declino e le proibizioni


Eppure, questa tradizione tanto radicata non era apprezzata da tutti. Le autorità civili e religiose guardavano con sospetto ai marcatori. Nel 1871, il consiglio comunale di Loreto approvò una delibera che bollava il tatuaggio come pratica degradante e inammissibile nella società moderna.

Le proibizioni si moltiplicarono e molti stampini di legno furono sequestrati . E a dare il colpo di grazia arrivarono gli studi del criminologo Cesare Lombroso, che nel tardo Ottocento associò il tatuaggio a comportamenti devianti, asocialità, criminalità. Quello che per secoli era stato un segno di fede e identità divenne improvvisamente marchio d'infamia.

Leonardo Conditi , nato nel 1868 e morto nel 1950, fu l'ultimo dei marcatori . Ancora nel dopoguerra eseguiva tatuaggi di nascosto, tenendo i nipotini sull'uscio di casa per avvisarlo se arrivavano le autorità. Quando morì, sembrava che quella tradizione secolare fosse destinata a scomparire per sempre.

La rinascita: Jona e la custodia della memoria


Ma le tradizioni, se hanno radici profonde, non muoiono davvero. Jonatal Carducci, in arte Jona , tatuatore originario di Pieve Torina, ha deciso di riportare in vita l'antico rito dei marcatori . Appassionato di tatuaggi sacri e collezionista di strumenti e stampi d'epoca, Jona ha studiato la tecnica originale, riprodotto le tavolette di bosso (realizzandole in ottone per garantire la sterilizzazione moderna) e riaperto uno studio a Loreto, proprio dove tutto era cominciato.

Oggi, chi vuole può tornare a Loreto e farsi marcare come facevano i pellegrini di un tempo . Con una differenza fondamentale: l'igiene e la sicurezza sono garantite, gli aghi sono sterili, gli inchiostri controllati. Ma il gesto è lo stesso. La tecnica hand poke , punto per punto, manuale, lenta. E il significato (quello di portare addosso un segno di appartenenza, un'identità che va oltre il tempo) rimane intatto.

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I tradizionali tatuaggi di Loreto, di Jona - Tatuaggi lauretani

Perché il tatuaggio lauretano ci riguarda ancora


Potremmo pensare che questa sia una curiosità storica, un folklorismo da museo. Invece, il tatuaggio lauretano ci parla ancora , e in modo sorprendentemente attuale. Ci parla di identità: cosa significa sentirsi parte di qualcosa più grande di noi, di una comunità, di una tradizione. Ci parla di memoria: quella voglia di lasciare un segno, di tramandare qualcosa che ci rappresenta.

In un'epoca in cui le Marche rischiano di essere raccontate poco e male, o di non essere raccontate affatto, riscoprire tradizioni come il tatuaggio lauretano significa rivendicare la ricchezza di questo territorio. Non per chiuderci in un passato nostalgico, ma per trovare radici solide su cui costruire un'identità contemporanea.

Il pellegrino che si faceva marcare a Loreto non stava solo commemorando un viaggio: stava dicendo al mondo che apparteneva a qualcosa. Che aveva radici. Che quel luogo, Loreto, in qualche modo era parte di lui.

Se questa storia vi ha incuriosito, segnatevi questa data: domenica 22 marzo, ore 18:30, Palazzo Venieri, Recanati. Nell'ambito del festival InChiostri , organizzato da Giaconi Editore, avremo l'occasione di approfondire questa tradizione affascinante.

Jona - Tatuaggi Lauretani, il tatuatore che ha riportato in vita l'arte dei marcatori ci racconterà il viaggio di questa pratica: dalle tavolette di bosso del Settecento alla tecnica hand poke contemporanea, dai pellegrini alle nuove generazioni che scelgono il tatuaggio lauretano come segno d'identità. L'ingresso è gratuito.

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