«Forti per due»: sul Cammino dei Forti con Tiziana Bertoldin

«Forti per due»: sul Cammino dei Forti con Tiziana Bertoldin

Dietro la Copertina

«Forti per due»: sul Cammino dei Forti con Tiziana Bertoldin

Giaconi Editore 14 luglio 2026 7 min di lettura

C’è un anello che parte da San Severino Marche e ci torna dopo giorni di borghi quasi vuoti, faggete, antiche fortezze e strade dove non passa nessuno. È il Cammino dei Forti, nel cuore dell’Alta Marca segnata dal sisma del 2016. Tiziana Bertoldin lo ha percorso insieme al Derman, l’inseparabile cugino, e ne ha tratto Forti per due, il diario di viaggio appena arrivato nel nostro catalogo.

Bertoldin, nata a Belluno nel 1955 e veneziana d’adozione, è medico geriatra e psichiatra, poetessa e camminatrice di lungo corso: Dolomiti, Prealpi, la Francigena, itinerari in tutta Italia e in Europa. Le abbiamo rivolto cinque domande. Ne è uscita una conversazione che parla di parole consumate e di parole precise, di terremoti e di solitudini che forse esistevano già prima, di fotografie non scattate e di ciò che resta negli occhi quando la fotocamera rimane nello zaino.


All’inizio del libro rifletti sullo svuotamento che la parola “cammino” ha subito per l’uso eccessivo. Lungo il Cammino dei Forti hai ritrovato quel qualcosa in più che distingue un cammino da una semplice camminata?

Mi capita spesso di riflettere sull’uso delle parole. Fin da ragazzina ho fatto escursioni, soprattutto in montagna. Allora tutto era “gita”, e lo è stato per molto tempo; più avanti, con mio marito e poi con le amiche di Belluno, dicevamo “un giro in montagna”. Poi ho conosciuto la Compagnia dei Cammini e ho cominciato a raccogliere letteratura sul camminare, scoprendo una marea di testi che non conoscevo: già Thoreau, autore di Walden, aveva scritto sul camminare, e John Muir sulla montagna. Il francese Sylvain Tesson mi ha insegnato molto. E noi abbiamo un poeta camminatore, Dino Campana, autore dei Canti Orfici, altro libro fondamentale.

Il problema, diciamo linguistico, che ho avvertito è che la parola cammino si sia inflazionata e, come la moneta, inflazionata abbia perso valore; che sia diventata quello che Claude Lévi-Strauss ha chiamato “significante flottante”: un significante senza un significato preciso di riferimento, che se è vuoto può essere caricato di qualunque senso, anche fantasioso, retorico o mistico. Per questo ho voluto scrivere nel primo capitolo la mia idea sul camminare semplice, come si fa: mettere un piede dopo l’altro per scoprire una terra, un paese, qualunque posto.

Nel Cammino dei Forti ho trovato moltissime cose, ma il qualcosa in più è stato soprattutto qualcosa di diverso. Il cammino include la continuità del passo, dei giorni che ci metti, delle tappe: unisce qualcosa che diversamente sarebbe stato separato e non visibile se non percorrendolo a piedi. È questa la sua particolarità, se vogliamo. Ma la parola “via” ha la stessa funzione. Però sulla parola “via” nessuno ha sentito il bisogno di filosofare.

Durante l’itinerario noti che il sisma del 2016 ha lasciato nei borghi e nelle persone segni più sottili delle gru e delle impalcature. Qual è l’aspetto della realtà post-terremoto che ti ha colpita di più, e che non ti aspettavi di trovare lungo il sentiero?

Le gru e le impalcature mi hanno colpito fin dalla partenza da San Severino Marche. Erano passati quasi otto anni dai terremoti, eppure le impalcature c’erano ancora, molte case erano in ristrutturazione, diverse chiese non si sono potute visitare. I segni più sottili sono stati soprattutto un senso di solitudine, di abbandono. Questo non me lo aspettavo. Dico abbandono non nel senso di cose trascurate, ma del lasciarsi andare, come a un destino inevitabile. Lo stesso Crispiero, una delle nostre tappe più ricche e significative, era mortificato dall’allontanarsi dei giovani; le strade del paese erano vuote, trovammo il bar Acca per puro caso. Casetre, frazione di Gàgliole, era, immagino, abitata, ma non vedemmo nessuno in giro, a parte i gatti sui gradini delle scalette.

Non è che mi abbia rattristato in eccesso, anzi: forse questi aspetti hanno risvegliato in me un senso di affetto per i luoghi, il desiderio di tornarvi. Ho quasi la sensazione che la solitudine dei borghi dell’Alta Marca preesistesse al terremoto. Forse è un’identità, in un certo senso, una fisionomia. È anche ciò che mi ha reso il Cammino dei Forti così intimo, come l’avessi conosciuto anticipatamente. Il sisma è stato l’evento trauma: ha aggiunto le distruzioni, i danni, le partenze, la mancanza di lavoro. E quel che si fa per ricostruire avviene lentamente, in un intreccio che in fondo potrebbe essere rispettoso dei ritmi dell’ambiente e, forse, di chi lo vive e lo abita.

Nel libro compare spesso la fotocamera per immortalare fiori e paesaggi, ma verso la fine sottolinei l’importanza di riporla per “attivare la memoria visiva”. C’è stato un momento preciso in cui hai scelto di riporre la fotocamera invece di scattare? Cosa hai visto o sentito in quell’istante che una foto non avrebbe reso?

A me piace fotografare, anche se sono una dilettante. Per moltissimi anni ho fotografato in analogico: avevo 36 foto per rullino, un limite, e una motivazione per scegliere che cosa fotografare, perché poi tutte venivano stampate. La tentazione di fermare il momento, la cosa bella, il fiore, il paesaggio, è molto forte. Poi mi fermo e mi dico: vale la pena? In certi casi tutto è bellissimo: che cosa si dovrebbe fare, un video continuo?

Nel Cammino dei Forti avevo riposto la fotocamera per la pioggia. Poi la pioggia era cessata, e facemmo quell’attraversamento nella proprietà privata di cui non ho alcuna immagine, se non mentale e sensoriale. L’odore, per esempio. La consistenza del fango. Il senso di oppressione, e la liberazione di uscirne e ripulirsi gli scarponi. Mi sono accorta, scorrendo l’album digitale del cammino, che momenti molto significativi – la sosta nel prato dietro Il Cantuccio a Elcito, il solitario bar di Aliforni, le strade vuote di Crispiero – non erano stati documentati dalla fotocamera. Eppure nella mia mente tutto questo era ed è vivissimo. Non avrei potuto scrivere il racconto servendomi delle foto.

Alle mie riflessioni ha contribuito uno scritto dell’esploratore Barry Lopez, che metteva in guardia dal rischio che un viaggio si trasformi in “safari fotografico”: trofei da portare a casa, da esporre, al limite, per noi, da mettere sui social. Ultimamente decido più spesso di prima di non scattare.

Tra gli incontri del libro, quello con il pittore Sauro Tupini a Crispiero o quello con i giovani gestori del Cantuccio a Elcito: cosa ti hanno fatto capire di questi luoghi, tra fragilità e voglia di restare?

Sauro Tupini mi è parso una persona straordinaria. Chi vive d’arte, con l’arte, è spesso così, se non mette su arie, e Tupini era molto semplice anche nello spiegare le sue scelte artistiche. Mi è dispiaciuto non vedere la tela, opera sua, ispirata a Luca Giordano e situata nella chiesa di Crispiero, chiusa per le riparazioni. Il fatto che avesse donato una sua opera alla chiesa del piccolissimo borgo indicava il suo attaccamento al luogo, alle persone, ai simboli.

Per la coppia che gestiva Il Cantuccio il discorso è diverso. Erano molto giovani, e la situazione del borgo non avrebbe permesso loro di trarne un sostentamento. Elcito è molto celebrato, ed effettivamente è un luogo speciale: troppo bello per la gente comune? È triste pensare che la bellezza possa appartenere solo ai soliti “happy few”, che magari poi tanto felici non sono. Con le dovute differenze, a Venezia è lo stesso: quante persone normali sono state espulse dal centro storico per gli affitti esagerati, o per la conversione della loro casa in “locazione turistica”?

I ragazzi del Cantuccio avevano comunque trovato una soluzione che permetteva loro di vivere non troppo distanti dal luogo di origine, e di animarlo almeno nei fine settimana. Erano riusciti a mantenere una continuità con le loro radici. E questo, per un territorio così provato e così spesso pervaso da quel senso di abbandono, era consolante.

Cosa vorresti che un lettore portasse con sé, se decidesse di percorrere anche solo un tratto del Cammino dei Forti dopo aver letto il libro?

Bella domanda. Non lo so. Non mi sento di dare consigli. Per me la tappa più significativa è stata la seconda, quella che ci ha portato da Crispiero a Grimaldi: la più lunga, forse. Da quel percorso ci si potrebbe portare via una possibilità di meditare nel cammino, una meditazione camminata. Un lasciare andare i propri pensieri, fatica e dubbi compresi, per affidarsi alla strada, a quel che la circonda, alle sorprese che riserva. La seconda tappa vi si presta di più: per la sua lunghezza, per lo snodarsi senza scosse, per l’alternanza di borghi e natura, e per la bellezza di luoghi come i prati di Gàgliole o i pantani di Matelica.


Forti per due è disponibile sul nostro sito. Se questa conversazione vi ha messo addosso la voglia di sentiero, il libro fa il resto: borghi, fortezze e incontri lungo il Cammino dei Forti, raccontati con lo sguardo paziente di chi cammina da una vita.

Forti per due

€15 · Diario di cammino · Tiziana Bertoldin

L’autrice e il Derman, l’inseparabile cugino, avanzano lungo il Cammino dei Forti, tra le montagne marchigiane, addentrandosi in un territorio segnato dal sisma e dallo spopolamento. La lentezza del cammino rivela ciò che le mappe non mostrano.

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