Fermo – Visioni extra ordinarie: quattro chiacchiere con Monia Marchionni

Fermo – Visioni extra ordinarie: quattro chiacchiere con Monia Marchionni

Monia Marchionni, fotografa dall’estro artistico unico e dallo sguardo insolito: da dove nasce il tuo linguaggio fotografico e da dove trai ispirazione?

Alla fotografia ci sono arrivata dopo anni, un’evoluzione naturale, se penso al mio percorso di studi. Sono laureata all’Accademia di Belle Arti e, prima di approcciarmi alla fotografia, lavoravo con l’installazione, un genere di arte visiva che comprende oggetti, materiali ingombranti, unione di vari media installati in uno specifico ambiente. Andando avanti sentivo la necessità di inserire le persone in questi set, non volevo creare una performance, ma volevo far vivere qualcosa che vedevo esistere al di là della realtà retinica. Da qui il passo alla fotografia è stato breve, con questo linguaggio mi esprimo completamente. Più che foto creo immagini del pensiero, perchè non esistono veramente, ma esistono in quanto le ho realizzate.

Nel libro fotografico “Fermo – Visioni Extra Ordinarie” racconti di luoghi conosciuti in maniera insolita.

Esatto, propongo una rilettura extra ordinaria, fuori dall’ordinario della quotidianità, ma straordinaria per la storia che rappresenta e per le sensazione che mi trasmette, a tal punto da dedicarci quattro anni della mia vita.
Ogni luogo diventa un set sul quale mettere in scena la visione! Immagina di vedere la Biblioteca Romolo Spezioli con pagine di libri fluttuanti sopra le teste chine dei ragazzi assorti nei loro studi, oppure pensa di imbatterti nelle grandi Cisterne Romane e vedere un’altalena con una presenza polverosa, oppure delle pile di giornali d’epoca avvolte da una nebbiolina bianca. E ancora, immagina di vedere ai piedi del Mappamondo della sala omonima una bambina che per mantello ha la cartina dell’Italia e sembra elevarsi come sopra ad un tappeto magico, e infine immagina di camminare all’alba a Lido di Fermo e di trovarti davanti gli studenti del Conservatorio che improvvisano un concerto in abito da sera. Tutto questo puoi immaginarlo, ma io l’ho vissuto, l’ho realizzato, l’ho condiviso con chi ha posato per me e ora puoi vederlo davvero. Questa per me è la fotografia, un’esperienza visiva, un’epifania, vedere con occhi nuovi quello che abbiamo solo guardato.

Cosa ti piace veicolare attraverso le tue creazioni e qual è il tuo metodo di lavoro?

Mi interessa far emergere lo straordinario dietro l’ordinario di tutti i giorni, mi interessa molto la presenza delle persone, perchè loro si fanno carico dei miei sentimenti diventando un tutt’uno con l’ambiente in cui li inserisco. Mi interessa scegliere un luogo perchè mi ispira, perchè mi attrae, mi seduce la sua storia e mi interessa mostrare il mio punto di vista, soggettivo ed emotivo. A volte arriva prima il concetto che intendo trattare e poi scelgo l’ambiente dove poterlo sviluppare, dipende, ogni storia è a sé. Il metodo di lavoro è improntato sulla preparazione delle foto con dei bozzetti, sullo storyboard (penso sempre ad un progetto, difficilmente ad una foto singola), e il mio linguaggio è quello della stage photography, letteralmente fotografia allestita, una fotografia fine art, autoriale. Devo questa metodologia agli anni accademici.

Una domanda leggera: nei tuoi scatti coinvolgi una gran quantità di persone diverse e in pose molto particolari… Come fai a convincerle?

Ah, non lo so, guarda, anch’io mi stupisco di non aver ricevuto mai un rifiuto, li convinco subito e mi son data due spiegazioni: o mi assecondano pensando che sono matta, oppure riconoscono in me un vero autore. Semplicemente chiedo, ma mentre lo faccio ho sotto le mani un bozzetto della scena che vorrei realizzare, ho le foto dei sopralluoghi e spiego bene quali sono le mie intenzioni. Insomma, penso che mi vedano come una stramba ragazza, ma che sa il fatto suo.

www.moniamarchionni.com

monia marchionni

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